La maglia rotta nella rete

“Cerca una maglia rotta nella rete

che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l’ ho pregato…”

E.Montale, In Limine

Una cartolina sul comodino. Ritrae una ragazza seduta di spalle in riva ad un lago con i capelli danzanti in balia del vento.

Ogni volta che la guardo un sorriso affiora sulle mie labbra perché quell’immagine mi ricorda una storia iniziata in una giornata di metà febbraio e finita con una rinascita: la mia.

Raccontare oggi la storia della mia terapia significa far emergere un groviglio di emozioni che dapprima sono emerse come tante rondini ferite proprio al centro del petto e parevano volessero  squarciarlo.

Solo con il tempo le rondini sono diventate parole ma anche lunghi silenzi che hanno invaso la stanza della terapia per acquietarsi e ritornarci nel petto non più agitate ma con un volo leggero e mite.

Sono stata sempre una persona tormentata nonostante un corso di vita tranquillo: se mi guardavo nel cuore trovavo sempre un’ angoscia inesplicabile, un vuoto e uno sgomento a cui proprio non riuscivo a dare voce né tanto meno legittimità perché non mi riconoscevo il diritto alla sofferenza.

Proprio io che dalla vita avevo ricevuto tutto non potevo permettermi il lusso delle giornate vuote di significato, della continua ricerca di un senso che la mia esistenza avrebbe dovuto avere in virtù degli agi, della buona salute , di una famiglia alle spalle sempre pronta a supportarmi.

Ma io mi sentivo sempre davanti ad un buco che pareva senza fondo e che esigeva di essere riempito, una sorta di voragine sul cui orlo vivevo vacillando.

Eppure se mi osservavo non mi pareva di posseder poco; in una sorta di gioco deformante mi sembrava di essere anche troppo: troppo cuore, troppa passione, troppa profondità , troppo forte le violenza che mi richiedevano per ridurmi alla piccola taglia del mondo.

Era troppo sentire che, paradossalmente, diventava troppo poco. Poco o molto tutto si traduceva in un senso profondo di essere inadeguata ad affrontare la realtà così com’ero e la sensazione, che gravava sulla mia testa come una spada di Damocle, che prima o poi avrei perso il controllo su me stessa per incamminarmi in maniera inevitabile sulla strada della malattia mentale.

Qua il nodo gordiano che appena sciolto diventava il ricordo di una persona di famiglia che di malattia mentale era morta ed il ricordo diveniva oscuro presagio dell’ineluttabilità dello stesso destino, come se certe cose fossero scritte nei nostri geni e ci marchiassero il sangue per sempre.

Io ne avevo paura e per questo avevo deciso che avrei dovuto sforzarmi di essere sempre forte; avevo costruito un vivere al riparo da qualsiasi debolezza, una maschera che piano piano era diventata il mio volto: un durezza esibita come forza, le parole urlate per coprire i silenzi, un’ immagine da donna forte, senza dubbi , tentennamenti, moti del cuore ma solo passi sicuri su un’ asse di equilibrio che tirava dritta  verso il vivere quieto.

Tutto doveva essere controllato e definito con contorni precisi che erano quelli della normalità che non accetta nessun tipo di sbavatura, nessun cedimento, nessuna nostalgia all’imbrunire, lacrime sparpagliate, nessuna crepa dell’esistenza. Un ordine per non soccombere dentro al caos.

Non mi accorgevo che stavo scrivendo la vita non come un racconto ma come un’equazione su una nera lavagna e più procedevo nei calcoli e più aumentava lo sgomento nel vedere che qualcosa non tornava:  un errore e l’equazione che avevo svolto aveva dato un calcolo inesatto. Inutile tornare indietro e controllare i più e le divisioni, le somme e le frazioni perché io ho sempre odiato la scienza dei numeri. Nella matematica non ci sono imprevisti ma solo regolarità che fanno a pugni con la perfetta irregolarità di cui siamo portatori ed è stata questa irregolarità , lungamente sopita, che è esplosa in maniera violenta reclamando di essere riconosciuta.

Con questo stato d’animo di totale smarrimento sono approdata in una giornata di febbraio in terapia.

Il mio volto era quello della sconfitta e della solitudine. Il fallimento per non essere stata abbastanza era la carne viva di una ferita che io non ero in grado di curare; la mia richiesta di aiuto un perché a cui da sola non riuscivo a dare una risposta.

Ero furiosa perché avevo tradito il patto che avevo stretto con me stessa: quello di essere sempre perfetta.

Ma quella era una scommessa troppo alta.

Avevo bisogno di qualcuno che attraversasse con me il territorio desertificato dell’angoscia, del nulla che opprime e paralizza le gambe ed il fiato, che fosse guida e compagna di un peregrinare nel mio regno in rovina tra sterpi e spine chi mi scorticavano le dita ed il cuore.

Da quel giorno e per i mesi a venire , la stanza della terapia è diventata il mio porto sicuro, lo spazio di un viaggio compiuto stando ferma, ma anche  il non luogo interiore in cui fare esperienza dell’insostenibilità del male di vivere per riuscire, infine, a scoprire la meraviglia di questa insensatezza.

Alla terapia non ho chiesto il miracolo della guarigione ma, semmai, quello della comprensione che poi ha ceduto il passo al prodigio dell’accettazione.

Si impara alla fine a stare nel mondo anche quando mancano le risposte ai perché, accettando l’inquieto andirivieni , i giochi dei sentimenti, i tratti incerti delle emozioni.

E’ stato il dolore che doveva essere contenuto ad avermi consentito di rimescolarmi alla vita e dargli finalmente un senso ed una pienezza inaspettati.

E mentre proseguiva il nostro lavoro, proprio io che pregavo di essere forte, mi riscoprivo di una tenerezza incredibile e di una fragilità che non trovava la via della parola ma quella delle lacrime che, trattenute per troppo tempo, diventavano la misura della mia umanità.

Lo sforzo non è stato più quello di essere perfetta ma quello di essere umana.

Partorire la parte di me che non conoscevo ha richiesto una fatica enorme e un modo che non è certo e valido aprioristicamente come un teorema ma va inventato giorno dopo giorno pagando uno scotto che è angoscia, solitudine, inquietudine ma anche inaspettata meraviglia nel vedere “gli spasmodici trucchi di radianza”.

La terapia è stata, parafrasando Montale, “la maglia rotta nella rete” da cui aprire un varco per fuggire: la mia fuga un ritorno a casa ma lontana da casa, un lungo vagabondare alla ricerca di qualcosa che non sapevo chiamare per nome. Quel qualcosa ero semplicemente io.

La maglia rotta nella rete che da lontano sembra integra, un confine apparentemente  invalicabile tra quello che si pensa di essere ed il territorio al di là di quella, l’altrove che è più sconfinato e bello di ciò che si è sempre visto ed è incredibilmente non fuori, non lontano , non dentro gli altri ma prossimo, vicino  e sempre dentro se stessi.

Questo il dono che la terapia mi ha elargito a piene mani ; questo il dono che io stessa mi sono fatta per dirmi, infine, che sarebbe stato necessario amarmi prima di pretendere amore dagli altri.

La mia anima, che era entrata in quella stanza inciampando , ha saputo ritrovare il proprio fulcro ardente.

Adesso, se mi volto indietro, penso di essere grata a me stessa : per non essermi risparmiata, per essermi data totalmente, per aver mantenuto gli occhi aperti quando la luce era troppo abbagliante e per aver saputo socchiuderli quando il buio era fitto.

E sono grata anche a chi mi ha seduto pazientemente di fronte nelle ore in cui il tempo e lo spazio parevano non esistessero . A lei vanno le parole più belle: per aver saputo contare il ritmo del mio travaglio, per essere stata la concreta certezza della mia guarigione, per avermi raccontato un finale della mia storia diverso da quello che il mondo mi aveva fatto credere.