Troppe ferite di fuoco sul mio ventre

Troppe ferite di fuoco sul mio ventre. Sono nove queste cicatrici che hanno segnato il mio percorso di donna. Ma io non potevo sapere, bambina, che essere nata con un corpo femminile significava tenerezza e forza vitale profumata di terra e rose fiorite. Indifferenza e biasimo hanno pian piano congelato la mia fiducia nella mia natura fino a quando, piena di rabbia e paura, ho smesso di sentirmi. Era un vivere freddo e controllato, temendo questa strana creatura annidata in fondo alle mie viscere chiamata femminilità. E se c’era una immagine a rievocare in me emozioni di terrore e disgusto quella era la maternità, a cui collegavo l’idea del sacrificio, del tempo incatenato e di una vita grigia. Io avevo paura di essere donna. Ma ancora non mi rendevo conto pienamente di avere costruito una associazione tanto dolorosa: tutto ciò che dà e rappresenta vita, per me era morte. Il desiderio, la sessualità, la maternità, il mio femminile io li ho temuti come la cosa più distruttiva che avessi. E così è accaduto: prima lo scoppio improvviso di un follicolo all’ovaio sinistro con successiva cisti. Dopo tre anni una cisti endometriosica all’ovaio destro. Un piccolo fibroma non operabile si è annidato nella parete del mio utero. Sto imparando a dimenticarlo. Nonostante tutto, le mie parti più arcaiche ancora mi appartengono; certo vedo le cicatrici, e mi chiedo che ne sarà della mia capacità generativa. Ma la liberazione dalla mia prigionia congelata è arrivata dopo tutto questo: una piccola, capricciosa e ribelle macchiolina rossa sulla mia vulva. E’ sfuggita al mio controllo e non è stata diagnosticata nemmeno pericolosa! Semplicemente, si fa vedere. Ed io sono costretta a guardarmi, prima spaventata e in lacrime davanti a me stessa, allo specchio, in terapia … ma poi … inizia un percorso a me ignoto.
Nonostante preferisca la protezione delle idee e del pensiero inizio a sentire che io ho vita in fondo alle mie viscere, loro vibrano con gli esercizi di respirazione, le immagini guidate, i sogni di rinnovamento e pulizia profonda. Non c’è più il bisturi chirurgico nei miei sogni di donna sbagliata e arrabbiata, ma una pasta morbida e rosa mentre la lavoro con le mani come fosse pane. Oppure faccio pulizie di casa allegre e amichevoli con una donna da me considerata fino a quel momento pazza. Così anche il mio corpo nei sogni diventa nuovo, pulito, dagli organi intatti e finalmente la pancia non fa più male, non c’è nausea, non si indurisce, non si apre ma resta morbida e solida al tempo stesso.
Nel frattempo la innocua macchiolina fa le sue inaspettate comparse, come una visita insolita di un’ospite per qualche giorno. Quando arriva sorrido. Mi ricorda che da un punto remoto del mio essere sgorga la passione, il desiderio della bellezza nell’insolito, della magia di lasciare la casa in disordine e uscire di corsa ridendo con i calzini di mio marito persi sul pavimento.
Arriva un sogno: dò un bacetto alla mia vulva dicendole “ tu sei guarita “, è di un bel rosa chiaro. E’ veramente per me un incanto fare diventare la notte giorno, il sogno trasferito nella mia vita quotidiana. Ho smesso finalmente di chiedermi preoccupata cosa farà di strano stavolta il mio corpo, perché sono stata io fin’ora a difendermene ignara di avere un potere creativo, e non distruttivo. L’ho compreso il giorno che ho avvertito fisicamente e per la prima volta la paura avuta da tutta la vita: si è materializzata nella sensazione di una resistenza che ho chiamato “palla” a ridosso del mio ombelico. Ho immaginato di spostarla con le mani lontano da me, non più frapposta tra me e la mia vita. Non occorre che intervenga ancora il bisturi a rimuovere il mio dolore e la mia paura, a segnare i confini del mio corpo e della mia femminilità.

La mia amica, la macchia rossa, mi ha portato lontana dalla logica crudele del calcolare il mio vivere, mi ha portato a osservare quello che per me era brutto, pauroso, strano; e ho scoperto che è la mia identità più profonda, e che ha legittimo diritto ad essere viva.
Se solo l’avessi compreso quando apparve per la prima volta, a quattordici anni, per poi riapparire nuovamente solo venti anni dopo. Di sicuro, se piango adesso è perché mi sono ritrovata.

“ Tengo in braccio una neonata. Mentre tutti si affrettano e vanno via, le dico stringendola a me: noi non abbiamo fretta, vero? “